Archivi Giornalieri: Gennaio 10th, 2008

Lascia che guardi Di Maddamma Manuela


Parigi 1985. Maddalena Aragona sta per completare la sua tesi sulle influenze della cultura esoterica nella letteratura del Novecento, quando alcune visioni e l’incontro coll’affascinante Boris, medium ed egittologo ultraottuagenario, la spingono a un supplemento di ricerche. Partendo dai trascorsi dadaisti di Julius Evola e dalla sua corrispondenza con Tristan Tzara, le indagini di Maddalena si concentrano sul 1922, l’anno in cui il “filosofo nero” smise improvvisamente di dipingere e ripudiò il Dada per diventare alfiere di un “imperialismo pagano” assai vicino alle radici esoteriche del nazismo.
Con l’aiuto di Boris, Maddalena ricostruisce la tenebrosa serata in cui, proprio nella casa romana di Evola, si tenne l’ultima riunione della setta “Nuova Umanità”, alla quale parteciparono oltre a numerosi esoteristi, anche il satanista Aleister Crowley, e persino un seminascosto (ma riconoscibilissimo) Benito Mussolini. Maddalena inizia allora un viaggio che da Parigi la porterà a Firenze, in Sicilia e infine a Roma, alla ricerca dei documenti occultati dopo quella drammatica adunanza, e il cui nascondiglio è celato nell’ultimo dipinto di Julius Evola.
All’esordio di Manuela Maddamma non mancano i difetti: lo stile è a dir poco sovrabbondante, i dialoghi spesso implausibili, i personaggi abbozzati (chi diavolo è Emanuele?), l’intreccio lacunoso. Eppure, o forse proprio per questo, Lascia che guardi è un romanzo che merita una lettura più di tanta altra paccottiglia che si pubblica oggi. L’ambientazione insolita, la commistione fra modelli altissimi (dall’ovvio Pendolo di Foucault al Consolo di Nottetempo, tutti comunque fuori portata) e riferimenti pop (la trama è degna di un thriller di Umberto Lenzi), la capacità di recuperare e inserire in un romanzo -suo malgrado- intrigante tutto il bric-a-brac esoterico-imperialista tanto caro alla mistica destrorsa di casa nostra, sono elementi che rendono questo sgangherato carrozzone di sensitivi, complottisti e ‘diabolici’ (giusto per citare il Casaubon del Pendolo) tenero e perfino affascinante, un tentativo magari non riuscito e tuttavia originale e soprattutto coraggioso, fino al limite dell’incoscienza.

Editore: Fazi

Un amore dell’altro mondo Di Tommaso Pincio

Siamo agli inizi degli anni Novanta. E’ un giorno piovoso come tanti altri adAberdeen, piccola cittadina dello stato di Washington, quando Homer Alienson,un solitario che tira a campare vendendo per corrispondenza l’enorme quantitàdi giocattoli collezionati nella sua infanzia, viene improvvisamente assalitodalla domanda pronunciata da una voce misteriosa: “E l’amore?”. Homer hasempre vissuto restando in disparte. Per lui sarebbe molto meglio continuare atrascorrere le giornate come al solito. La domanda però diventa insistente edeluderla diventa impossibile. Ma come si fa ad avere una storia d’amore?Ripercorrendo l’esistenza di Homer, segnata dall’incontro fatale con il leaderdei Nirvana, si ritrovano gli ultimi vent’anni del secolo passato.


Possessione di Di Antonia S. Byatt

Roland Mitchell scopre in un libro appartenuto al poeta vittoriano Randolph Henry Ash due minute di una lettera indirizzata a una donna. Il tono della lettera lascia trapelare un amore insospettato. Roland scopre l’identità della donna, una poetessa e coinvolge nelle sue ricerche la collega Maud Bailey. Roland e Maud ripercorrono i passi della donna e dell’uomo vissuti un secolo prima ricostruendo una vicenda che ben presto diventa la loro. “Possessione” ha vinto il Booker Prize, premio assegnato ogni anno al miglior romanzo britannico.
Un titolo, un presagio: di quello che può succedere a chi si appassiona leggendo.
Leggendo un carteggio ritrovato per caso, si appassionano l’un l’altro i due protagonisti ‘moderni’.
Leggendo ciò che scrivono, prima nelle loro opere e poi nello scambio di lettere – dapprima solo intellettuale – si innamorano i due poeti di fine ottocento.
Leggendo tutto il corposo apparato che sostiene questo poderoso – denso, colto, avvincente – romance (definizione ironica e geniale della stessa Byatt) ci si appassiona come nei più classici libri del genere: alla trama in sé, ma soprattutto al linguaggio. Di cui l’autrice usa vari registri, con la stessa abilità con cui un valente organista muove chiavette e schiaccia pedali. Le parole hanno una tale persistenza in bocca e nella mente, che a fine lettura è molto difficile intraprenderne un’altra qualsiasi.