Lascia che guardi Di Maddamma Manuela


Parigi 1985. Maddalena Aragona sta per completare la sua tesi sulle influenze della cultura esoterica nella letteratura del Novecento, quando alcune visioni e l’incontro coll’affascinante Boris, medium ed egittologo ultraottuagenario, la spingono a un supplemento di ricerche. Partendo dai trascorsi dadaisti di Julius Evola e dalla sua corrispondenza con Tristan Tzara, le indagini di Maddalena si concentrano sul 1922, l’anno in cui il “filosofo nero” smise improvvisamente di dipingere e ripudiò il Dada per diventare alfiere di un “imperialismo pagano” assai vicino alle radici esoteriche del nazismo.
Con l’aiuto di Boris, Maddalena ricostruisce la tenebrosa serata in cui, proprio nella casa romana di Evola, si tenne l’ultima riunione della setta “Nuova Umanità”, alla quale parteciparono oltre a numerosi esoteristi, anche il satanista Aleister Crowley, e persino un seminascosto (ma riconoscibilissimo) Benito Mussolini. Maddalena inizia allora un viaggio che da Parigi la porterà a Firenze, in Sicilia e infine a Roma, alla ricerca dei documenti occultati dopo quella drammatica adunanza, e il cui nascondiglio è celato nell’ultimo dipinto di Julius Evola.
All’esordio di Manuela Maddamma non mancano i difetti: lo stile è a dir poco sovrabbondante, i dialoghi spesso implausibili, i personaggi abbozzati (chi diavolo è Emanuele?), l’intreccio lacunoso. Eppure, o forse proprio per questo, Lascia che guardi è un romanzo che merita una lettura più di tanta altra paccottiglia che si pubblica oggi. L’ambientazione insolita, la commistione fra modelli altissimi (dall’ovvio Pendolo di Foucault al Consolo di Nottetempo, tutti comunque fuori portata) e riferimenti pop (la trama è degna di un thriller di Umberto Lenzi), la capacità di recuperare e inserire in un romanzo -suo malgrado- intrigante tutto il bric-a-brac esoterico-imperialista tanto caro alla mistica destrorsa di casa nostra, sono elementi che rendono questo sgangherato carrozzone di sensitivi, complottisti e ‘diabolici’ (giusto per citare il Casaubon del Pendolo) tenero e perfino affascinante, un tentativo magari non riuscito e tuttavia originale e soprattutto coraggioso, fino al limite dell’incoscienza.

Editore: Fazi

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