Racconto di Giancarlo Cardone:Guernica
Arriva.
Si aprono le porte, due passi e sono dentro. Le porte si richiudono. Dovrebbe succedere quello che avviene tutte le volte che sono intrappolato nel contenitore metropolitano: giudico le persone prima che loro giudichino me. E se ne stanno mute, nascoste dietro i loro occhiali da sole, ad ascoltare musica, a leggere notizie noiose pur di non dover guardarsi attorno, con lo sguardo perso nel vuoto. Io sono l’unico a non rimanere incastrato in quel silenzio, in quella morsa di indifferenza. Perché io mi pongo delle domande e cerco delle risposte. Chi sono queste persone? Cosa fanno della loro vita? Dove vanno? Perché stanno andando in questa direzione? Cosa è nascosto nelle loro borse? Ma le risposte non sono mai interessanti, perché sono come le persone che viaggiano sotto terra: viscide e vane. E osservarli mi provoca disgusto: gente anonima che va a lavoro, a scuola, dagli amanti, in periferia…persone che non avranno mai niente dalla vita, che non prendono decisioni importanti, che sono monotone nel loro andirivieni. Questa volta però le cose non vanno come al solito. Vorrei continuare ad odiarle e disprezzarle per prenderne le distanze, come se questo bastasse a rendermi migliore. Ma oggi non è così. Mi ritrovo ad osservarle come se non le avessi mai viste veramente. Mi accorgo del signore seduto di fronte a me, con i capelli leggermente lunghi e brizzolati, con lo sguardo sereno e le rughe di chi deve aver lavorato duramente nella vita. Lo trovo affascinante; il suo splendore offuscherebbe l’eleganza di Mastroianni. E se ne na sta li, con la pancetta che la tuta da lavoro mette in evidenza, con le scarpe da ginnastica rotte. E la suora che siede vicino a lui. E’ africana e ha gli occhi chiusi. È il volto più pacifico che abbia mai visto. Le sue palpebre sembrano scolpite per donare pace, senza bisogno che apra la bocca per rendere testimonianze che non eguaglierebbero il miracolo di quella visione. Non sono credente, ma non posso fare a meno di godere di quella visione così sacrale. E mi meraviglio nel dare un senso a tutta questa gente. Perché è la parte più vera del paese, al di là delle ipocrisie della vita in superficie, della comodità di macchine blu che scarrozzano politici ignari di questo angolo di mondo che si muove in silenzio e con dignità; al riparo della vita frenetica e narcisistica di attori che non possono apprezzare la bellezza di trovarsi immersi nell’anonimato di questo fiume di comparse. E arrivano gli zingari, padre e figlio, che strimpellano i loro strumenti come se dovessero tenerci compagnia per la traversata dell’Atlantico; e li ammiro perché mio padre non mi ha mai spiegato la gioia di crescere insieme, la stessa che sta passando attraverso il loro sguardo complice. E contemplo la ragazza con i capelli raccolti, con gli occhi chiari, uscita da una tela di un pittore fiammingo, che non ha il coraggio di guardarmi, ma mi sfiora con lo sguardo, come se combattesse per resistermi. E sono geloso del tempo che mi divide da una fermata all’altra, perché è nostro, solo nostro. Ma che ne sanno tutti quelli che preferiscono stare imbottigliati nel traffico delle loro lamiere, e quelli che soffrono di claustrofobia? Che ne sanno di quella signora, in piedi, che ha appena finito di lavorare e deve correre a casa dal figlio, distrutta dalla fatica, che approfitta di un’oasi tra le braccia delle persone, per chiudere gli occhi e cercare nella mente un senso a tutto questo trambusto? E del ragazzino immerso nella lettura di un libro, così preso da immaginarlo vivere le gesta del suo protagonista? Come ho fatto a non vivere prima tutte queste cose? Possibile che l’aver conosciuto quella ragazza possa avermi portato a cambiare la stella polare dei mei pensieri? Possibile che già sia innamorato di lei? Forse ho solo cominciato ad amare la vita, a prescindere dalle persone che mi ruotano attorno, che mi sfiorano con le loro giacche e le loro gonne. Eppure l’ho seguita fin qui, lontano da casa. Per perdermi nei suoi occhi, per sfiorare la sua pelle. E pensare che se non avesse fatto quel viaggio a Roma non ci saremmo mai incontrati e conosciuti per le vie del centro. Adoro questa stagione, adoro il profumo che, malgrado il sudore, passa attravero i finestrini per riempirmi i polmoni. Adoro l’aver smesso di fumare. Adoro sentirmi così vivo, con ogni cellula del corpo che urla all’universo la propria condivisione a questa vita. Adoro la Spagna. E immagino già il momento in cui mi vedrà e non crederà ai suoi occhi. Adesso non posso più continuare a scrivere, mi tremano le mani dall’emozione. Chiudo il quaderno e aspetto la mia fermata. Il mio orologio segna le 7,25. E’ ancora presto. Mi ricordo di non aver segnato la data nel mio diario. Prendo la matita e aggiungo: Madrid, 11 Marzo 2004.
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