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Monthly Archives: settembre 2007

Vi consiglio di fare un click su questo indirizzo. E’ una rassegna stampa di materiale letterario metropolitano.

metropolitana di Roma

Racconto di Giancarlo Cardone:Guernica
Arriva.
Si aprono le porte, due passi e sono dentro. Le porte si richiudono. Dovrebbe succedere quello che avviene tutte le volte che sono intrappolato nel contenitore metropolitano: giudico le persone prima che loro giudichino me. E se ne stanno mute, nascoste dietro i loro occhiali da sole, ad ascoltare musica, a leggere notizie noiose pur di non dover guardarsi attorno, con lo sguardo perso nel vuoto. Io sono l’unico a non rimanere incastrato in quel silenzio, in quella morsa di indifferenza. Perché io mi pongo delle domande e cerco delle risposte. Chi sono queste persone? Cosa fanno della loro vita? Dove vanno? Perché stanno andando in questa direzione? Cosa è nascosto nelle loro borse? Ma le risposte non sono mai interessanti, perché sono come le persone che viaggiano sotto terra: viscide e vane. E osservarli mi provoca disgusto: gente anonima che va a lavoro, a scuola, dagli amanti, in periferia…persone che non avranno mai niente dalla vita, che non prendono decisioni importanti, che sono monotone nel loro andirivieni. Questa volta però le cose non vanno come al solito. Vorrei continuare ad odiarle e disprezzarle per prenderne le distanze, come se questo bastasse a rendermi migliore. Ma oggi non è così. Mi ritrovo ad osservarle come se non le avessi mai viste veramente. Mi accorgo del signore seduto di fronte a me, con i capelli leggermente lunghi e brizzolati, con lo sguardo sereno e le rughe di chi deve aver lavorato duramente nella vita. Lo trovo affascinante; il suo splendore offuscherebbe l’eleganza di Mastroianni. E se ne na sta li, con la pancetta che la tuta da lavoro mette in evidenza, con le scarpe da ginnastica rotte. E la suora che siede vicino a lui. E’ africana e ha gli occhi chiusi. È il volto più pacifico che abbia mai visto. Le sue palpebre sembrano scolpite per donare pace, senza bisogno che apra la bocca per rendere testimonianze che non eguaglierebbero il miracolo di quella visione. Non sono credente, ma non posso fare a meno di godere di quella visione così sacrale. E mi meraviglio nel dare un senso a tutta questa gente. Perché è la parte più vera del paese, al di là delle ipocrisie della vita in superficie, della comodità di macchine blu che scarrozzano politici ignari di questo angolo di mondo che si muove in silenzio e con dignità; al riparo della vita frenetica e narcisistica di attori che non possono apprezzare la bellezza di trovarsi immersi nell’anonimato di questo fiume di comparse. E arrivano gli zingari, padre e figlio, che strimpellano i loro strumenti come se dovessero tenerci compagnia per la traversata dell’Atlantico; e li ammiro perché mio padre non mi ha mai spiegato la gioia di crescere insieme, la stessa che sta passando attraverso il loro sguardo complice. E contemplo la ragazza con i capelli raccolti, con gli occhi chiari, uscita da una tela di un pittore fiammingo, che non ha il coraggio di guardarmi, ma mi sfiora con lo sguardo, come se combattesse per resistermi. E sono geloso del tempo che mi divide da una fermata all’altra, perché è nostro, solo nostro. Ma che ne sanno tutti quelli che preferiscono stare imbottigliati nel traffico delle loro lamiere, e quelli che soffrono di claustrofobia? Che ne sanno di quella signora, in piedi, che ha appena finito di lavorare e deve correre a casa dal figlio, distrutta dalla fatica, che approfitta di un’oasi tra le braccia delle persone, per chiudere gli occhi e cercare nella mente un senso a tutto questo trambusto? E del ragazzino immerso nella lettura di un libro, così preso da immaginarlo vivere le gesta del suo protagonista? Come ho fatto a non vivere prima tutte queste cose? Possibile che l’aver conosciuto quella ragazza possa avermi portato a cambiare la stella polare dei mei pensieri? Possibile che già sia innamorato di lei? Forse ho solo cominciato ad amare la vita, a prescindere dalle persone che mi ruotano attorno, che mi sfiorano con le loro giacche e le loro gonne. Eppure l’ho seguita fin qui, lontano da casa. Per perdermi nei suoi occhi, per sfiorare la sua pelle. E pensare che se non avesse fatto quel viaggio a Roma non ci saremmo mai incontrati e conosciuti per le vie del centro. Adoro questa stagione, adoro il profumo che, malgrado il sudore, passa attravero i finestrini per riempirmi i polmoni. Adoro l’aver smesso di fumare. Adoro sentirmi così vivo, con ogni cellula del corpo che urla all’universo la propria condivisione a questa vita. Adoro la Spagna. E immagino già il momento in cui mi vedrà e non crederà ai suoi occhi. Adesso non posso più continuare a scrivere, mi tremano le mani dall’emozione. Chiudo il quaderno e aspetto la mia fermata. Il mio orologio segna le 7,25. E’ ancora presto. Mi ricordo di non aver segnato la data nel mio diario. Prendo la matita e aggiungo: Madrid, 11 Marzo 2004.

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A volte si ha voglia di tornare indietro nel tempo,quando ogni elemento che ci circondava per i nostri occhi era animato da magia.Leggevamo fiabe che ci davano conferma sul nostro modo di vedere il mondo.
Ho cercato una storia metropolitana.Una favola ambientata non in castelli o boschi fatati ma in una metropoli sotteranea.
Ecco:Le fate sotto la città di Holly Black.
Valerie non poteva immaginare che una stupida coincidenza – perdere un treno – avrebbe avuto il potere di cambiarle la vita in maniera radicale.
Tutto era stabilito: la partita insieme a Tom, il giro per locali, magari un po’ di sesso sul sedile posteriore della sua auto… ma tutto è andato storto, per colpa di un treno già partito.
Val torna a casa, e trova Tom sul divano di casa sua, a fare con sua madre quello che da tempo non voleva più fare con lei.
Avrà urlato, direte voi, avrà pianto e picchiato e sbraitato! Invece no. Val si limita ad uscire di casa in silenzio, a prendere il treno giusto, ad andare alla partita e poi a perdersi nel sottosuolo della città – nei tunnel della metropolitana – dove nessuno può rintracciarla, dove sua madre non può più ferirla, dove la vita appare più sopportabile, perché nessuno giudica, e tutti giustificano.
Nel sottosuolo Val non è sola. Incontra infatti un gruppo di ragazzi sballati, che vivono di arrangiamenti e piccoli furti, mangiano quello che trovano nei cassonetti e si fanno di una strana sostanza, che chiamano Maipiù, che ha il potere di lenire ogni dolore e realizzare ogni desiderio.
Nel buio però non ci sono solo umani. Il mondo sotterraneo, scopre Valerie, è popolato da misteriose creature fatate, esiliate dai loro regni ultraterreni e condannate a vagare per la città di ferro fino all’espiazione delle colpe, alla quale spesso non arrivano perché contagiate prima dai veleni dell’uomo.
Lolli parla di mostri che abitano i tunnel e si inietta una polvere scintillante che ha il potere di far danzare le ombre, Luis sostiene di stringere patti con creature che nessun altro vede, e il fragile Dave lascia che Val lo accompagni a fare una misteriosa consegna… a una donna che al posto dei piedi ha zoccoli di capra. In quel mondo di creature fatate in esilio, Val si ritrova presto coinvolta in una serie di strane morti.

Le fate sotto la città
Black Holly
Dati 2006, 252 p., rilegato
Traduttore Costantino E.
Editore Mondadori


Petropolis di Ulinich AnyaMilano. Si ricomincia. Correre di qua, andare in università, correre di là.
Entro in metropolitana. Linea verde fino a porta Genova. Nella borsa c’è una copia del giornale Grazia. Scruto i consigli di moda, guardando con meticolosa attenzione i cappotti. Poi leggo le ultime pagine del libro che da qualche è giorno è sempre con me: Petropolis di Ulinich Anya. Sono letteralmente conquistata da questa storia.
Da Milano mi trasporto in Siberia. Riavvolgo il nastro del tempo e dal 2007 mi trovo nel 1992. L’anno in cui Sasha Goldberg ha quattordici anni e vive ad Asbestos 2, una città fantasma, sorta fra un gulag e una miniera. Una città in cui non può far altro che vivere all’ombra di una madre oppressiva e tirannica,abbandonata dal padre fuggito negli Stati Uniti. La madre la vorrebbe ballerina ma Sasha non ama la danza ,non ama quella musica e non ama muoversi con quel ritmo. La sua passione è il disegno, disegnare il viso di suo padre. Arriva l’amore. Arriva la magia .Arriva il sesso, rimane incinta. E’ la madre a decidere del suo futuro: alleverà la piccola come se fosse sua e Sasha dovrà trasferirsi a Mosca, per frequentare una scuola di pittura. La ragazza obbedisce, ma, giunta nella capitale, si ribella e parte alla ricerca del padre. Raggiunge gli Stati Uniti. Qui la aspetta un lungo viaggio che la porterà a scoprire le luci ma soprattutto le ombre del sogno americano. Dagli spazi aridi e sconfi nati dell’Arizona alle strade caotiche di New York, Sasha imparerà a distinguere voci sconosciute, scoprirà che dietro la facciata di case immacolate si nascondono pericoli e insidie, incontrerà falsi benefattori, ma conoscerà anche qualcuno che, nella sua diversità, si rivelerà molto simile a lei. Si sa, quelli che sul viso hanno impresso la forma di un angelo rotto si riconoscono da lontano. Attraverso gli occhi attenti e sensibili di Sasha osserviamo il rifiuto e la riscoperta delle proprie radici, le difficoltà e la confusione dello scontro culturale, la forza dei sentimenti e dell’amore, capaci di abbattere anche le barriere più insormontabili.
Leggo le ultime parole. Ho concluso il libro
Da New York mi ritrovo a Milano. Sono quasi arrivata alla fermata.

Petropolis
Ulinich Anya
Garzanti Libri
Dati 2007, 393 p., rilegato

Recensione di Angélique Gagliolo


TREDICI GIORNALISTI QUASI PERFETTI di David Randall
Non si sa come mai a volte capita che in una libreria, con migliaia di libri, ti soffermi su uno in particolare, di cui non hai mai sentito parlare e di cui non conosci l’autore. Forse è per la copertina o forse per il titolo, che in qualche modo ti ha affascinato. Oppure, in qualche modo, è proprio il libro stesso che ti ha attirato a sé: “Prendimi! Sono il libro che fa per te!”.
Tredici giornalisti quasi perfetti è proprio uno di questi. Eppure si trovava in uno scaffale in alto e per prenderlo ho dovuto chiedere aiuto a mia sorella, più alta di me.
David Randall è un giornalista inglese che in questo volume ci presenta i migliori tredici cronisti mai esistiti. Per ognuno descrive la vita, passando dalla nascita e dalla famiglia di provenienza, fino alla morte, soffermandosi sull’attività giornalistica, senza però fare la cronistoria della loro esistenza. Per ciascuno descrive le caratteristiche che li rendono unici e speciali e riporta qualche esempio, trascrivendo alcuni passi dei loro articoli più significativi.
Il tutto in maniera scorrevole e con un linguaggio semplice, ma efficace.
Ogni cronista diventa il protagonista di un racconto piacevole, dove la passione per lo scrivere la verità è il principale ingrediente della propria esistenza. Ognuno insegue i suoi articoli in modo unico, a volte anche mettendo a repentaglio la propria vita; ognuno appassionato di un genere, che lo caratterizza in maniera univoca.
E non si può fare a meno di non ammirare questi grandi giornalisti!
Questo libro ha smosso il mio animo di scrittrice in maniera profonda. Mentre leggevo una biografia dopo l’altra, nel mio profondo sentivo una voce sempre più intensa: “Solo la vera passione per lo scrivere, ti fa diventare grande!”. Sì, perché questi cronisti leggendari, non erano, salvo qualche raro caso, particolarmente preparati scolasticamente, ma si sono formati sul campo, e spesso hanno dovuto scrivere a lungo senza riconoscimenti. Ma per essi l’importante era riuscire a scrivere!
Devo, però, dissentire da una particolare affermazione dell’autore, secondo il quale chi non ha la capacità di inventarsi una storia, ma è comunque dotato nell’arte dello scrivere, deve per forza fare il giornalista e riportare gli avvenimenti a cui assiste, quasi a sminuirne le capacità. Personalmente ritengo molto più difficile riportare eventi reali, descriverli fedelmente e renderli degni di nota, perché il campo d’azione del reporter è limitato, mentre per chi inventa storie è più facile raggirare eventuali ostacoli, enfatizzare vicende, modificarne il contenuto e il senso a seconda di quello che si vuole dire o sottintendere. Spesso chi inventa storie e protagonisti, durante la stesura dell’idea che ha in testa, apporta modifiche anche sostanziali alle azioni dei personaggi e può riferirne pensieri e sentimenti. Il cronista, invece, non lo può fare, avendo già una storia reale da riferire, già costruita e limitata, dove le azioni dei singoli protagonisti spesso non trovano giustificazioni o sembrano prive di senso.
Uno dei migliori libri che ho letto di recente.

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Babsi Jones.Sappiamo le mie parole di sangue.Sono entrata nel suo blog.Ammetto per caso. Da quel momento non l’ho più lasciato. Da qualche giorno è uscito il suo libro per la casa editrice Rizzoli.Babsi Jones è scomoda ma reale,pericolosa ma morbida. Il suo linguaggio espolode come colombe nere in volo,poi ti entra nello stomaco.
Babsi Jones è come Cassandra,una Sibilla che non guarda solo indietro per vedere la realtà

Sette giorni di assedio tra le mura sgretolate di un condominio di Mitrovica abitato solo da reietti. La reporter straniera venuta per parlare al mondo intero delle cose sconvolgenti di cui è stata testimone dovrebbe scriverne la cronaca, consegnare al suo Direttore il reportage di questo pogrom, ennesimo episodio balcanico di una guerra senza fine. Ma non ci sono parole per narrare l’inenarrabile, o meglio possono solo esserci parole “che sanno di sangue”. Il taccuino avanza a frammenti, perché il mosaico dello sconquasso bellico non conosce armonia. Nel quasiromanzo di Babsi Jones si aprono divagazioni che “come lebbra si sbranano il corpo narrativo”: mentre la popolazione serba, prima dell’arrivo delle milizie albanesi, viene evacuata, si mette in marcia non si sa verso dove, lei resta e racconta. Quelle lettere al Direttore non saranno mai spedite, perché non è più possibile la nuda cronaca, se non per brevi flash, e la lingua può attingere solo ai toni del dramma, dare origine all’epica di una sconfitta. Mitrovica potrebbe essere Sarajevo o Beirut o Kabul: l’Europa finge comunque di non vedere, riconosce ragioni che non esistono perché l’unica ragione della guerra è che “ci sono vincitori e sconfitti, e un banchetto in cui carnefici e martiri si scambiano troppo spesso di posto”. Sappiano le mie parole di sangue, omaggio ad Amleto (portatore sano di ogni dubbio e di ogni follia), è il romanzo d’esordio di una scrittrice che crede nelle contraddizioni. La sua è una scrittura impura, che rifugge dall’ovvio, dove reale, iperreale e surreale si contaminano. È una scrittura potente che priva il lettore di certezze e lo lega alle pagine che scorrono via rapide inseguendo il ritmo tachicardico del cuore.

booktrailer

entrate nel suo labirinto.

Sappiamo le mie parole di sangue
Babsi Jones
Rizzoli (collana 27/4)
pagine 259

da oggi iniziano anche le pubblicazioni on line di racconti. Salutiamo Maura con affetto.

Panini imburrati di MaurarockIl viaggio sarebbe durato dodici ore e benché la fame fosse l’ultimo pensiero, la premurosa zia si svegliò presto quella mattina e chiuse la porta della cucina dietro di sé.
Consegnò alla ragazza un sacchetto pesante e unto. Conteneva dieci panini. Facendo un calcolo approssimativo, la fame poteva venire ogni ora.
Alla stazione dei pullman le persone sbaciucchiavano gote fredde, le lacrime facevano riflesso e rovinavano trucchi elaborati su facce assonnate, i panini se ne stavano ben stipati nel sacchetto senza nemmeno un movimento.
Ci si deve salutare, arriva sempre quel momento.
L’abbraccio è solo una scusa per fermare un istante. Quando stai male, vuoi sfuggire al dolore. L’abbraccio è lo scavare nel sentimento, l’incatenarsi ad un momento che esige partecipazione e pretendere che l’escavazione non comporti dolore. La ragazza aveva una faccia vuota, come se le avessero rubato l’espressività per scherzo. Si issò faticosamente sul pullman, prendendo posto vicino al finestrino. Era evidente che soffrire in quel momento era una battuta essenziale in un dramma seriale.
I panini attendevano la decapitazione, ma la ragazza rischiò il tracollo emotivo, quando scoprì che l’imbottitura consisteva in una cospicua spalmata di burro.
Niente di più disgustoso, niente di più immeritato. Piagnucolava in silenzio, sentendosi vittima di un pranzo e di una cena saltata, di una colazione che non le spettava di diritto.
I rumori della masticazione degli altri passeggeri, tuonavano nella sua mente. Bocche che si schiudevano e azzannavano inermi mele rosse, fauci grondanti di bava schiumosa che sezionavano fette di prosciutto affumicato, bambini che tracannavano litri di latte corretto con cioccolato e cereali e zucchero pro diabete, dolci che venivano passati tra mani e mani, come i bigliettini di un compito in classe, acqua acqua e ancora acqua per far scivolare fino ai piedi i grandi sassi commestibili, beveraggi fumanti che provocavano aliti dagli odori indescrivibili, risatine accompagnate da sbrodolamenti di salse, cibo che non solo sazia, ma stringe un legame con il paese d’appartenenza, ultimo ricordo della propria nascita. No panino, no party.

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Eccellenti Letture è una rassegna che unisce il cinema e la letteratura contemporanei. Gli autori più forti dei primi gruppi editoriali italiani parleranno dei loro libri e sceglieranno brani e frammenti che saranno letti, interpretati dagli attori del cinema italiano. “Eccellenti Letture” invita la città a leggere, stupendo con inaspettati accostamenti di talenti: la cultura combatte il degrado, in ogni sua forma, leggere alimenta l’anima.
5 autori per 5 readings: 5 serate per 5 location diverse, e riscoperte nel tessuto periferico della città di Milano: la valorizzazione di un territorio che è il vero scenario della vita quotidiana di molte persone.

http://www.eccellentiletture.com

Mary e Joe di Alessandra Amitrano e Luca Buoncristiano
Mary vive in un incubo. La sua vita è un incubo, la casa sciatta in cui vive è un incubo, quel porco di suo marito è un incubo e, a conti fatti, anche i suoi tre figli che tanto ama sono un incubo.
Mary però vuole che questo incubo finisca, ma come si fa a porre fine a un incubo se non si tratta di un sogno ma di cruda e amara realtà?
Come in una versione dark di Alice nel Paese delle Meraviglie, Mary vaga alla maniera di un animale che cerca soltanto di sopravvivere, in un mondo che non le appartiene e che detesta, popolato da persone sconce e immorali. Al posto dei colori delle favole, sullo sfondo dei paesaggi della storia c’è il grigio del cemento armato delle periferie e, a volte, il colore del sangue.

Joe Rotto invece è alto. Ama vestirsi elegante e fuma le sigarette con il bocchino. Gira sempre accompagnato dal suo fedele e incontinente Sid. Le sue pose ricordano Humphrey Bogart e Cary Grant, ma il suo aspetto – i denti aguzzi da squalo, al posto degli occhi un’orbita vuota e una ferita suturata, e tre capelli di numero – è mostruoso come quello di John Merrick di Elephant Man.
Di Joe non si sa nulla, tanto meno cosa faccia per vivere. Un giorno becchino, quello dopo assassino e quello dopo ancora spacciatore, si aggira senza meta ai margini della città, insieme al suo microscopico cagnolino, e si ritrova a essere spettatore inconsapevole di una realtà che è peggio del suo aspetto.

Mary e Joe non si incontrano mai per tutta la storia, ma le loro strade e il loro destino si incroceranno nel finale, nel momento in cui Joe diventerà complice delle fantasie criminali di Mary.

Dopo il successo di Broken Barbie, Alessandra Amitrano torna con una favola nera, metropolitana, composta di testo e grafica, simile al diario di un’adolescente. Illustrata dal giovane disegnatore underground Luca Buoncristiano, Mary e Joe è una storia che apparenta le figure di esseri sconfitti, dolenti, condannati a una vita senza illusione del neorealismo italiano, alle creature folli, comiche e macabre di Tim Burton.

Mary e Joe
Alessandra Amitrano e Luca Buoncristiano
fazi editore (collana le vele)
pagine 87

Non farmi male.
Raccolta di racconti di Matteo Grimaldi

Non farmi male è una raccolta di racconti dolorosi. Sette storie in cui domina la paura, ma non una paura visionaria, una paura reale, e pertanto terribile. La paura della vita che a volte sa essere davvero ingiusta riservando solo orrore a chi meriterebbe almeno una possibilità. È di fronte al dubbio che l’essere umano trema risvegliando quell’oscurità dell’anima che succhia via la serenità.
I sentimenti trattati sono i più vari: dall’amicizia che conduce all’estrema prova, in cemento; al rancore di una ragazza di fronte alle violenze subite dall’amica, in la voce di V; dalle passioni di una vita, che spesso conducono al rifiuto, ma che invitano a continuare nella lotta, in passione da cani; al tormento di un’esistenza da insonne e il dramma di una vissuta da cieco, in grigioscuro; dall’innocenza di una giovane mente, che si scontra con la perversione e la malattia di un adulto, in non farmi male; all’odio di un figlio nei confronti di un padre infedele e ingrato, in domani addio; fino ad arrivare ai toni del mistero oscuro e del noir di veleno rosso sangue, perla che chiude la raccolta.
I protagonisti sono tutti giovani o giovanissimi che, per scelta fatale o per costrizione, si trovano a percorrere una via deviata dal “buono” e dal “giusto” e a incontrare così il male e la paura di soffrire. La cosa che colpisce è il modo sincero in cui l’autore racconta. Il suo stile, crudo e amaro, non è mai fine a se stesso, ma funzionale alle storie narrate affinché il lettore possa cogliere in tutta la loro realtà, e senza veli di sorta, temi duri come la pedofilia o la droga. Ottima la capacità di rendere il parlato diretto, schietto e, a tratti, rabbioso dei giovani e dei bambini.
Non farmi male è un pugno nello stomaco, diretto e preciso. Le parole di Matteo Grimaldi descrivono ogni singolo racconto, ogni sensazione con puntualità e trasporto, come se avesse avuto di volta in volta la possibilità di entrare sotto pelle al personaggio e viverne le emozioni. Il risultato è una sensazione di coinvolgimento anche da parte del lettore, che viene materialmente trasportato nella pagina, e ne esce con i segni addosso. Non è una serie di racconti che possano essere facilmente accantonati una volta letti. Restano in testa a lungo, propongono interrogativi, e spingono alla riflessione. E per essere un’opera prima non è poco.
Matteo Grimaldi è un abile scrittore, che alla straordinaria vena creativa sa abbinare un’eccellente capacità narrativa e stilistica, attraverso un ottimo utilizzo delle parole, in grado di evocare immagini nitide, suoni e profumi, che avvolgono pienamente il lettore.
Per conoscerlo meglio visitate il suo blog: www.lastanzadelmatto.splinder.comin cui alterna divertenti deliri a riflessioni più profonde.

Non farmi male.
Matteo Grimaldi
Kimerik edizioni
120 pagine
10 euro

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Vermi. Diario d’amore di Giovanna Giolla.
Vermi” è un romanzo in forma di diario.
Monserrat, la protagonista racconta, in maniera diretta attraverso un linguaggio minimalista, ma ricco di immagini, due storie parallele che si abbracciano, durante un percorso di crescita e consapevolezza.
Una storia d’amore dove non esistono regole, ma solo abbandono, passione totale e fusione inevitabile; con Davide: un’artista affascinante e ipnotico, che conosce Monserrat, telefonando al centralino erotico, dove lei lavora per pagarsi l’università.
E un viaggio in bilico tra favola e cruda realtà nel paese, che forse più di tutti, continua a stupire l’occidente, per le sue contraddizioni: l’India.
Monserrat fugge per ricordare e tentare di ricomporre il mosaico della sua vita, che è stata completamente sconvolta dall’incontro con Davide.
Parte perché nel suo Dna c’è l’inquietudine romantica delle eroine di sempre.
In India: la sua battaglia per sopravvivere fisicamente e mentalmente in luogo soffocante, imprevedibile fino alla follia. Impensabile.
Nel suo cuore rimane aperto il lacerante dubbio sentimentale. Fino all’incontro finale, decisivo con la realtà e con Davide.

Giovanna Giolla ha una rubrica “Transiti” su La republica.
il suo blog :http://www.vermireligion.splinder.com/

Vermi-diario d’amore
Di Giovanna Giolla
2006, 184 p., brossura
editore Tea (collana Neon).

Recensione inviata da Alice Suella: http://alicesu.splinder.com

Un tuffo negli anni ottanta, tra Jeeg Robot, Iva Zanicchi e i Duran Duran. Un’ex classe di liceo si incontra, secoli dopo. Con loro, anche gli stupendi ricordi degli anni più trash del secolo.

Cosa resterà degli anni ottanta? Questa la domanda in voga, proprio quando il decennio era agli sgoccioli. Una generazione cresciuta con la televisione – la prima italiana – accudita da Goldrake e da Mazinga, da Madonna e dagli Spandau Ballet.
Cosa è restato di quegli anni ottanta? Questo torna a domandarsi lo scrittore di questo racconto (o romanzo breve), prendendo spunto dalla classica rimpatriata degli ex liceali. Persone perse di vista da diversi anni, con vite differenti, che si osservano senza riconoscere il compagno di classe di poco tempo prima. Chi si è laureato, chi fa un lavoro non proprio appagante. Chi è rimasto uguale, per quanto sia possibile. Guardando quei volti è inevitabile compiere un tuffo nel passato. All’esame temuto. Al caratteraccio ancora non smussato. Agli amori finiti male. Ed anche a quelli finiti bene, perchè no?
Mattia, il protagonista del racconto, rivede Domiziana, la ragazza che non aveva mai sognato ma che, in un modo o nell’altro, era nascosta nei suoi desideri più intimi. Domiziana, la ragazza taciturna, rockettara, quella che non passava i compiti di inglese. Quella che era partita per l’America, subito dopo l’esame. Quella che era tornata sotto forma di un nick, prima con una e-mail, poi con la chat. Quella che aveva sorvolato l’oceano, pur di essere presente alla festa.
Pensieri, divagazioni. La cosa simpatica di questo racconto è proprio il ritrovarsi nell’atmosfera mitizzata degli anni ottanta. Dal titolo “Ho perso la verginità durante una puntata di ok il prezzo è giusto” alle domande ricorrenti, come “Qual è stata la sigla dei cartoni animati più bella?” Ricorrenti nella vita di tutti i giorni, almeno se si è parte di un gruppo di trentenni scalcinato e nostalgico. Niente da fare. Dagli anni ottanta se ne esce vivi… ma portandosi un gran bagaglio alle spalle.
Come dimenticare i reggiseni di Madonna? Lo spopolare di Micheal Jackson? Flash dance?

Il libro di TrentaMarlboro (pseudonimo che utilizza anche come blogger: http://trentamarlboro.splinder.com/) è veloce, simpatico, senza alcuna pretesa. Fa sorridere quelli che c’erano, in quegli anni, che hanno la possilità di rivedersi, nitidamente. Per quelli che non c’erano, invece, è un modo per incontrare ancora una volta quegli idoli che profumano di leggenda.
Unica pecca: l’utilizzo assoluto dei punti a capo. A lungo andare suona un po’ stilisticamente banale, in quanto la punteggiatura non regala emozioni. Non sottolinea, con le sue pause e le sue corse, il vero scorrere delle sensazioni.
Comunque una lettura piacevole per una serata in compagnia di quel che fu. E di quel che è diventato, naturalmente.

nullNero di Luna di Marco Vichi.
Recensione di Melissa Panerello.
On line sul suo blog: http://melissapanarello.wordpress.com

Nero di luna è un romanzo del sottosuolo, in cui si annidano paure e leggende che,a ritmi indeterminati ed improvvisi, saltano fuori dal coperchio pesante che le teneva nascoste. Non stiamo parlando di Lovecraft e nemmeno di King, ma di un’attenzione all’oscuro e alla vertigine raccontate con ironia, leggerezza eppure profonda serietà. E’ un noir, come suggerisce il titolo, in cui lo scrittore Emilio Bettazzi, protagonista della storia, cerca di scoprire goffamente e ruzzolando su una serie di equivoci e personalità strampalte, il fitto mistero che avvolge una villa abbandonata sulle colline del Chianti. Ostacolato dall’omertà di paese e dalla diffidenza che gli portano i suoi compaesani, Bettazzi si muove come un lupo mannaro affamato di verità. Quello che cerca è una storia da raccontare e Fontenera, il luogo in cui la storia avviene, sembra essere il luogo adatto all’ispirazione.
Meraviglioso il modo in cui autore e protagonista si fondono, lasciando labile il confine dell’autobiografismo e rendendo la storia, per quanto inverosimile nei contenuti, straordinariamente realistica.
Due o tre personaggi rimarrano memorabili: il taglialegna Romero, Martina la ragazzina ritardata e la seducente e smaliziata Camilla, che intrattiene una relazione con il protagonista da far morire d’invidia chi la legge.
Un finale eccellente, affatto scontato, terribile e morbosamente affascinante. Vichi si dimostra, con questo romanzo, abilissimo nel raccontare le passioni umane, siano esse positive o negative.
queste le impressioni che ho avuto leggendo “nero di luna”, il nuovo romanzo di Marco Vichi in tutte le librerie.
Ve lo consiglio, soprattutto perchè voglio che marco venda un miliardo di copie (si lamenta sempre che vende meno di me, quindi cerco di spingere i suoi libri così non mi tormenta più).

Nero di luna
Autore Vichi Marco
Dati 2007, 248 p., brossura
Editore Guanda (collana Narratori della Fenice )

Metropolitana di Barcellona

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nullZoli. Storia di una zingara
Autore McCann Colum

Zoli è una bambina quando assiste alla persecuzione nazista del suo popolo, gli zingari della Cecoslovacchia. Della sua famiglia sopravvivono solo lei e il nonno, che accetta che Zoli vada a scuola e impari a leggere e scrivere. Dopo la guerra, Zoli scopre uno straordinario talento per le parole e lo mette al servizio della propria gente. Quando però un inglese innamorato di lei fa pubblicare le sue poesie, i rom la condannano all’esilio per averli traditi per il mondo dei “bianchi”. Zoli troverà l’amore di un contrabbandiere italiano, una figlia, una gloria tardiva in Occidente. Basato su un personaggio reale, “Zoli” è un’immersione nella cultura rom, il ritratto di una donna indimenticabile, una storia di persecuzioni, solitudini, silenzi, ma anche di speranza e libertà.

estratto:
…Mi fecero passare in mezzo alla folla, tutti spingevano per venirmi incontro, e tendevano le mani, eppure riuscii a sentire il fruscio delle mie gonne, sì, al di sopra di tutto percepii gli strati di stoffa che sfregavano fra loro mentre uscivo nella strada silenziosa. Fu uno dei momenti più felici che abbia mai vissuto, figlia mia. COntinuavo a sentire il brusio degli spettatori in teatro, erano tutti dalla nostra parte, per la prima volta. Uscii nell’aria fresca. Le pozzanghere riflettevano la luce dei lampioni, e gli uccelli notturni volavano tracciando degli archi nell’aria. Mi fermai in quella pace ed ebbi l’impressione che la primavera della mia vita fosse arrivata. Ero una poetessa. Avevo scritto delle cose.

Zoli. Storia di una zingara
Autore McCann Colum
Dati 2007, 346 p., rilegato
Traduttore Pavani M.
Editore Rizzoli (collana Scala stranieri)

E’ con lieto piacere che salutiamo Julie. La ringraziamo per aver voluto partecipare al nostro Team. E’ sua la prima recensione.
Romanzo recensito da Julie: http://julesblook.splinder.com
nullSTO CON LA BAND. Pamela Des Barres
Avete presente quando finite di leggere un libro e vi sentite vuoti sapendo che non potrete più stare così bene fra le sue pagine? Ecco, è esattamente quello che mi è capitato ieri sera verso le due e mezza di notte, quando sono arrivata a pagina 356.
Miss Pamela, ovvero Pamela Ann Miller, nata a Reseda in California nel 1948, quando tredicenne smaniava di fronte alla visone di Elvis non aveva mai sentito pronunciare il termine groupie, semplicemente perchè il termine non esisteva ancora. Eppure lei lo era già. Talmente presa dalla musica e dai suoi dei armati di voce e chitarra e capelli lunghi da idolatrarli fuori ogni misura. Dalla passione per Elvis e i Beatles (che condivideva con le sue Beatle-amiche) all’abbandono di capelli cotonati e stile da brava liceale il passo è stato breve. Biondi capelli al naturale, pantaloni a zampa d’elefante e all’epoca strane magliettine coloratissime con annesse (tante) perline ed era pronta per Sunset Street. Little Hippie Pam. Con i suoi personaggi stravaganti, con nuovi colori, nuovi rumori. Era tutto così nuovo e libero e diverso. La rottura con le Beatle-amiche solo per aver apprezzato i Rolling Stones. Le prime deliranti feste. La sensazione di partecipare ad una svolta. Le prime incursioni nel garage vicino, dove provavano a suonare degli strani ragazzi capelloni, irresistibili.
Ecco i primi passi verso quella che è stata una vita densa di esperienze,di illusioni, illustri conoscenze e amores, e soprattutto tanta musica. Perchè è da lì che parte tutto. Una groupie non è, o almeno non era all’inizio, una specie di ninfomane pronta a seguire qualsiasi bassista rock nel suo albergo dopo il concerto. La groupie era lì per la musica e per i suoi affascinanti interpreti. E credo sia un qualcosa che non potrà mai più ripetersi. Tutto questo non esiste più da decenni. (Sigh.)
Comunque.
Dagli appostamenti nel garage dei vicini ai primi concerti. Alle prime conoscenze, innumerevoli. Chris Hillman, Gram Parsons, un giovanissimo Jim Morrison che le buttò via le prime boccette di Trimar, Jimi Hendrix.
L’incontro con Frank Zappa e la moglie Gail (dispensatrice di the e saggi consigli), dei loro magnifici bambini nella casetta di legno, le GTO’s ossia Girls Together Outrageously , l’uscita del loro primo disco (Permanent Damage, 1969, Bizarre Records) e il sogno condiviso da quelle strambe ragazze di diventare famose e di aprire qualche mente. Il tour con i Led Zeppelin quale fidanzata uditeudite di Jimmy Page (che aveva poteri tetri e raggelanti e teneva le fruste in valigia), che dopo averle dichiarato amore eterno le frantuma il cuore sposando Charlotte Martin.
I flirts con Mick Jagger, Keith Moon degli Who (a quanto pare un pazzo!) fino alla importante relazione con Don Johnson e al matrimonio con Michael Des Barres, il suo Marchese Decadente.
Il tutto (molto di più di quello che ho scritto) condito da svariate droghe, innamoramenti e disinnamoramenti fulminei, concerti e feste e disillusioni e pianti, scritto in modo schietto, sincero, senza giri di parole. Il racconto di una libera e scanzonata ragazza che qualcuno definisce semplicemente la solita puttana della band (sembra questo il significato che oggi viene attribuito al termine groupie). Non c’è niente di più sbagliato e offensivo, anche se non credo interessi molto il giudizio di quattro deficenti figli degli anni ottanta a Miss Pamela. Lei stava con la Band. E basta. Il fascino di quest’epoca sperimentale e scanzonata non ha fatto che crescere.
E ringrazierò per sempre Miss Pamela per aver scritto questo libro, per avermi fatto entrare con la mia immaginazione in quell’epoca che si è consumata così in fretta da poterla vedere. E questo per una ragazza “figlia degli anni ottanta”, abituata a vivere in quello che c’è adesso, è una gran cosa.
“Spero di aver nutrito di carne fresca e sangue quel mito prima che diventassi troppo tardi.
Adesso ho voluto portarvi lì con me,
farvi sentire quell’estatica alchimia
che era nell’aria:
sono stata abbastanza fortunata da assistere
a quel moderno rinascimento musicale da godermelo, e da vivere abbastanza a lungo da poterne
raccontare la storia.”
(tratto dall’Epilogo)

Sto con la band. Confessioni di una groupie
Des Barres Pamela
Dati 2006, 358 p., ill., brossura
Traduttore Lo Porto T.
Editore Castelvecchi (collana Le Navi)

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nullNon potevamo perdere questa occasione. Segnalare questo libro.E’ un pò la nostra bussola.

L’etnologo Marc Augé, questa volta, anziché occuparsi di tribù amazzoniche o africane, applica la sua analisi professionale a un ambito piuttosto lontano dai tradizionali oggetti dell’etnologia. Studia la metropolitana parigina e i suoi «indigeni». Prova cioè ad applicare alla vita quotidiana di una società europea quell’approccio normalmente utilizzato per l’«altro» culturale. E ne esce un originale studio di tutte quelle storie individuali (di individui che passano, a seconda del giorno e dell’ora, dalla vita familiare alla vita professionale, dal lavoro al tempo libero) e collettive (i richiami storici cui rinviano i nomi delle stazioni del metrò) che si sfiorano, si sovrappongono, si coniugano in modi e forme che normalmente sfuggono all’occhio reso pigro dalla consuetudine. Un’antropologia della vita quotidiana che ci propone insieme la soggettività di chi la descrive e l’oggettività del rapporto con l’«altro».

Un etnologo nel metrò
Autore Augé Marc
Dati 1995, 104 p.
Curatore Maiello F.
Traduttore Lomax F.
Editore Eleuthera

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Rensione di Francesca Mazzucato su Snake.

Cassandra ascolta il vento e si fonde con la natura. Cassandra è la protagonista di Snake, di Mary Woronov, Meridiano Zero, 2005. La chiamano Sandra ma anche Sandy, e le piace come viene sussurrato il suo nome quando si muovono le fronde, quando guarda gli uccelli e i serpenti, metafora e ragione – simbolo di questa storia incantata e crudele.
Come può esserlo una fiaba fluorescente che somiglia alla vita quando i piani della realtà e del sogno, quelli del tempo reale e del tempo immaginato, si sovrappongono in un montaggio di geniale, assoluta efficacia: “Uno dei serpenti era verde e sottile, con la testa che oscillava sopra il pelo dell’erba. Poi ne spuntarono due, tre, poi persi il conto…”.
Cassandra sa andare via, sa abbandonare le cose con la stessa leggerezza della natura e della danza che in mezzo alla natura le piace eseguire, per propiziare qualcosa, qualcosa che si conoscerà piano piano, nel dipanarsi di questo ipnotico atipico giallo, perché è un giallo di quelli che alla fine si ricompongono in una ricomposizione imperfetta e dubbiosa come sa essere la vita, come deve essere la letteratura, anche immaginifica e gloriosa nella gloria dell’amore, quello più strambo e sporco d’asfalto e di malavita.
La scrittura è efficace senza concessioni barocche o simboliste o scontate da “Piccola sciamana che cresce”: “…fu mentre aspettavo una risposta che udii per la prima volta gli alberi parlare. Il grande fruscio prodotto da migliaia d linguette di foglie cominciò a dipanarsi, trasformandosi in perle nel mio orecchio e dicendomi cose che non ero in grado di spiegarmi, dicendomi che non ero sola, che le stelle erano occhi luccicanti che mi guardavano dietro la cortina della notte e che era da lì che venivo e lì che sarei finita col tornare. Qualche volta parlavano tutte in una volta, mentre il vento ululava scuotendo il mio ramo su e giù. Ma mi dicevano di non aver paura e mi insegnarono ad accarezzare il vento, l’animale più selvaggio di tutti, e ad allungare la mano anche quando sembrava più spaventoso che mai.”
Cassandra con le sue visioni arriva a Los Angeles e scopre le chimere di una città corrotta e corrutrice, scintillante, perversa, una pornografica apparizione che si sovrappone, non si sostituisce, al passato, alla fuga dalla madre svenduta a una normalità d’accatto, alla nonna lasciata per troppo amore (ma non pensate a psicologismi autocompiaciuti, non ce n’è traccia): “Con Donald le cose cambiarono molto rapidamente per Sandra, compreso il suo modo di vestirsi. Invece che alla Venere del Botticelli assomigliava sempre più a una vittima di Max Beckmann: usava un rossetto viola chiamato “Rifiuti tossici”, uno smalto per le unghie nero dal nome “Degrado Urbano”e un ombretto livido, e portava un collare da cane tempestato di gemme artificiali attorno al collo…”
Cassandra pur in parte sedotta e indotta ad abbandonarsi a perversioni sadomaso raccontate come immagini di quadri d’arte contemporanea, flash di tale potenza che riescono a essere metafisici e mai scandalosi, di certo non può sentirsi in gabbia, anche se di lattex e catene e apparentemente seducente perché strana, come quasi tutte le cose che incontra.
E’ l’arrivo di Luke, l’affascinante personaggio senza identità, o con tante identità sovrapposte che in fondo vive all’unisono col vento che lei tanto ama, Luke che, come il vento, sa essere carezza o tempesta, è l’arrivo di Luke – occhi gialli a portarla sui selciati delle strade, fra esseri marginali e immaginari, donne sfatte realissime e malevole che abitano solo le cucine come le strege, malavitosi crudeli, selvaggi e felici, motel a ore e inseguimenti. E’ una forma specialissima d’amore: “Si sentiva assolutamente al sicuro insieme a lui, come quando il vento la sballottava tra i rami dell’albero. Il suo cervello le diceva che non sapeva molto di quell’uomo, ma il suoi istinto le suggeriva che era il suo unico amico… con Luke non ci sarebbe stata nessuna cella, solo la strada aperta”.
Poi c’è un altro piano narrativo e temporale , quello con cui il libro inizia, che finisce con l’intrecciarsi con l’altro, e lascia spazio a sussulti simili a incubi, inaspettate risoluzioni, sorprese finali, veri colpi di scena senza reali spiegazioni, o con l’unica spiegazione plausibile in un crescendo di emozione e allucinazione che si fondono invece di neutralizzarsi a vicenda.

Mary Woronov è entrata giovanissima nella cerchia della Factory di Andy Warhol.E’ di certo un personaggio di culto e un’ottima scrittrice. Attualmente vive a Los Angeles.

Snake
Woronov Mary
Dati 2005, 186 p., brossura
Traduttore Zeuli G.
Editore Meridiano Zero (collana Meridianonero)

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Sade François “Capolavoro dell’infamia e del vizio”, come ha scritto Maurice Blanchot, la vita del “divin marchese” è quella di un “colpevole di puro e semplice libertinaggio “. Sade riconosce l’aspetto morboso della sua esperienza nella lettera che indirizza a sua moglie, dal torrione di Vincennes, il 20 febbraio 1791: «Sì, sono un libertino, lo riconosco: ho concepito tutto ciò che si può concepire in questo ambito, ma non ho certamente fatto tutto ciò che ho concepito e non lo farò certamente mai. Sono un libertino, ma non sono un criminale né un assassino.»

Filosofia nel budoir
Più volte arrestato, processato e imprigionato, Sade persegue con tenacia la propria ricerca esistenziale. La sua filosofia dell’insurrezione permanente contro i limiti della condizione umana – per dissolvere le tenebre dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza, per praticare il potere demiurgico della materia, della Natura, del singolo consapevole della sua unicità di materia pensante e desiderante – istituisce un potente reattivo a più dimensioni per chiunque vi si avvicini, sempre provocando reazioni emozionali e mentali, sempre comunque coinvolgendo in un confronto ravvicinato e conflittuale con il suo universo straordinariamente moderno

La filosofia nel boudoir
Autore Sade François de
Dati 2004, XXIV-209 p., brossura
Curatore Binni L.
Editore Garzanti Libri (collana I grandi libri)


Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer
Edizioni Guanda (Narratori della Fenice

Oskar è un bambino newyorkese di nove anni che ama viaggiare con la fantasia. Un piccolo inventore di mondi magici: come il suo progetto di tubazioni collegate ai cuscini di tutti i letti di New York per raccogliere le lacrime di chi piange prima di dormire, riversale nel laghetto di Central Park per mostrare ogni giorno il livello di sofferenza della sua città.
Anche a Oskar capita di piangere sul cuscino: da quando suo padre è morto nell’attacco alle Torri Gemelle. La sua salvezza è dentro di lui: l’immaginazione.
Da qui parte Jonathan Safran Foer, già autore di Ogni cosa è illuminata, per imbastire un romanzo singolare: più che letto, va vissuto. Immergersi in queste pagine, infatti, è un’esperienza emozionale che capita raramente nel nostro mondo di carta: è l’esplosione di un autore pirotecnico, dirompente, capace di commuovere e di far sorridere. Perché tutto ciò che (de)scrive Foer è Molto forte, incredibilmente vicino: è un catapultarsi in una realtà che, troppo spesso, abbiamo vissuto da spettatori senza renderci conto che la guerra è ogni giorno: invisibile, ma altrettanto letale. Dalle ceneri della devastazione Foer è capace di renderci i fiori del bello, dell’umano, in un rinascimento di carta che – pagina dopo pagina- ci riconcilia con l’esistenza. Quella più vera, quella che sprechiamo nell’attesa di un tram o di un desiderio.
Ciò che più conta, però, è che Foer ci dimostra come “l’immaginazione è lo strumento della compassione”. Un concetto che si respira in tutto il romanzo e che si disvela nelle ultime, geniali, pagine del libro.

Molto forte, incredibilmente vicino
Foer Jonathan S.
Dati 2005, 351 p., ill., brossura
Traduttore Bocchiola M.
Editore Guanda (collana Narratori della Fenice)

TUTTA UN’ALTRA MUSICA IN CASA BUZ
Autore: Lucia Vastano
editore Salani

Rubina Buz ha sedici anni; la sua casa è in Pakistan, in un campo profughi grande come una città e altrettanto confortevole. È intelligente, sogna di diventare regista, ha un suo sito internet. E le piacciono i ragazzi. Ma quando sgattaiola al bazar per incontrarne uno di nascosto, suo padre viene a saperlo, ed è una catastrofe: Rubina e sua sorella Alia sono già promesse spose, la vergogna può essere lavata solo con il ritorno a Kabul. E peggio ancora, in seguito alla terribile scenata, Alia si ammala di una malattia inquietante, al punto che tutta la famiglia arriva a credere che sia opera di uno spirito maligno. Sradicata dalla sua casa, costretta a uno stile di vita più modesto e tradizionalista, Rubina non si perde d’animo: un burqa può servire ad attraversare la città, non vista, per cercare aiuto per Alia; e un matrimonio combinato si può ‘scombinare’ facilmente…
Reportage di guerra, racconto di luoghi esotici o una vicenda di discriminazione e sofferenza? No. Quella di Rubina Buz e della sua famiglia, che vivono da anni una vita agiata in un campo profughi pakistano grande come una città; che guardano all’Occidente non come all’Eldorado ma solo come a un’altra parte del mondo, è semplicemente una storia afghana.

Tutta un’altra musica in casa Buz
Vastano Lucia
Dati 2005, 199 p., brossura
Editore Salani

 

Chiara Cretella.Annunciazione in metropolitana.Fazi editore

In una Milano sospesa fra il gotico e il post moderno Leanna sale in metropolitana, cos’ inizierà un viaggio attraverso i codici di una generazione che usa il proprio corpo per esprimersi e comunicare. Annunciazione in metropolitana è anche l’affresco impietoso di pratiche e riti “urbani”. Leanna ha ventiquattro anni e cerca la sua annunciazione per le strade di Milano. Si è appena laureata in scienze politiche con una tesi sul femminismo e fa la modella all’Accademia, per mantenersi. Un giorno, mentre assiste al funerale di suo padre, un politico della Prima Repubblica corrotto e inquisito per tangenti, incontra Alfredo, che la porta nella sua casa-prigione. Alfredo trascorre le giornate nei cimiteri, parla con i becchini, vaga tra tombe e lapidi, alla ricerca di un segreto che lo approssimi al mistero della vita. È un body artist, spinge il dolore e la solitudine all’estremo artistico. Vuole un compagno di giochi, qualcuno che lo aiuti a creare la sua opera d’arte, la grandiosa performance finale. E Leanna affascinata da questo dandy mistico e sensuale, tenero e feroce, si abbandona a lui completamente, “perché solo la crudeltà è amorevole”, e la sua pelle diventa ben presto una muta da percorrere e lei un angelo trafitto, con un fiume purpureo di sangue tra le gambe. Il romanzo di Chiara Cretella è un cantico alla caduta in una Milano gotica. La sconcertante analisi dei turbamenti giovanili, nell’epoca di una sessualità inorganica e artificiale. Lo stile raffinato di un’atmosfera ottocentesca ed estraniante, contaminata dal degrado urbano in cui l’unica forma di resistenza artistica diventa il palcoscenico del corpo.

 

Annunciazione in metropolitana
Autore Cretella Chiara
Dati 2007, 159 p., brossura
Editore Fazi (collana Le vele)

Da oggi inizia un nuovo percorso. Una specie di ricerca. Trovare tesori e diffonderli con la parola scritta. I tesori sono i libri. Quelli che si portano con noi come amuleti buoni,come ombrelli per ripararci dalla pioggia. Come le chiavi che si perdono spesso,ma indispensabili per entrare in casa. Quelli che in metropolitana vengono estratti dalle borse come biglietti della lotteria.

I libri sono questo. E molto altro.

Spero che vogliate fare questo viaggio insieme.Sarei lieta se vorrete partecipare inviandomi foto di persone impegnate nella lettura.Recensioni dei vostri libri preferiti.Racconti brevi ambientati in metropolitana,in tram in aereo o  in treno.Vi aspetto.
scrivetemi:librimetro@yahoo.it

metropolitana di Milano